Della 28° Domenica del Tempo Ordinario.
Beato Carlo Acutis;
ha colto i bisogni del suo tempo.
Prima Lettura.
Tornato Naamàn dall’uomo di Dio,
confessò il Signore.
Dal secondo libro dei Re (5,14-17)
In quei giorni, Naamàn [, il comandante
dell’esercito del re di Aram,] scese e si
immerse nel Giordano sette volte,
secondo la parola di Elisèo, uomo di
Dio, e il suo corpo ridivenne come il
corpo di un ragazzo; egli era
purificato [dalla sua lebbra].
Tornò con tutto il seguito da [Elisèo,]
l’uomo di Dio; entrò e stette davanti
a lui dicendo: «Ecco, ora so che non
c’è Dio su tutta la terra se non in Israele.
Adesso accetta un dono dal tuo servo».
Quello disse: «Per la vita del Signore,
alla cui presenza io sto, non lo prenderò».
L’altro insisteva perché accettasse,
ma egli rifiutò.
Allora Naamàn disse: «Se è no, sia
permesso almeno al tuo servo di
caricare qui tanta terra quanta ne porta
una coppia di muli, perché il tuo servo
non intende compiere più un olocausto
o un sacrificio ad altri dèi,
ma solo al Signore».
Parola di Dio.
Salmo Responsoriale dal Sal 97 (98)
Ripetiamo. Il Signore ha rivelato
ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo. R.
Il Signore ha fatto conoscere la sua
salvezza, agli occhi delle genti ha
rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele. R.
Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni! R.
Seconda Lettura
Se perseveriamo,
con lui anche regneremo.
Dalla seconda lettera di san Paolo
apostolo a Timòteo (2,8-13)
Figlio mio, ricòrdati di Gesù Cristo,
risorto dai morti, discendente di Davide,
come io annuncio nel mio vangelo,
per il quale soffro fino a portare le
catene come un malfattore.
Ma la parola di Dio non è incatenata!
Perciò io sopporto ogni cosa per quelli
che Dio ha scelto, perché anch’essi
raggiungano la salvezza che è in
Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.
Questa parola è degna di fede: Se
moriamo con lui, con lui anche
vivremo; se perseveriamo, con lui
anche regneremo; se lo rinneghiamo,
lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli,
lui rimane fedele, perché non può
rinnegare se stesso.
Parola di Dio.
Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.
In ogni cosa rendete grazie:
questa infatti è volontà di Dio in
Cristo Gesù verso di voi. (1Ts 5,18)
Alleluia, alleluia.
Vangelo
Non si è trovato nessuno che tornasse
indietro a rendere gloria a Dio,
all’infuori di questo straniero.
Dal Vangelo secondo
Luca (17,11-19) anno C.
Lungo il cammino verso Gerusalemme,
Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero
incontro dieci lebbrosi, che si fermarono
a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù,
maestro, abbi pietà di noi!».
Appena li vide, Gesù disse loro:
«Andate a presentarvi ai sacerdoti».
E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò
indietro lodando Dio a gran voce, e si
prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi,
per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati
purificati dieci?
E gli altri nove dove sono?
Non si è trovato nessuno che tornasse
indietro a rendere gloria a Dio,
all’infuori di questo straniero?».
E gli disse: «Àlzati e va’; la tua
fede ti ha salvato!».
Parola del Signore.
Riflessione personale sul Vangelo di oggi.
Gesù
sta salendo verso Gerusalemme,
col
volto indurito, deciso di rendere
testimonianza
al Padre, costi quel
che
costi.
Non
lo sanno, gli apostoli, che il Rabbì
già
vede il fallimento della sua missione
e
che questa sensazione non fa che
motivarlo
e spingerlo al dono totale di sé.
Sulla
strada gli si fanno incontro dieci
lebbrosi
che urlano a distanza.
La
lebbra è una malattia terribile e
devastante,
che marcisce il corpo,
lo
spirito e le relazioni.
Dei
dieci uno è straniero, nemico,
un
samaritano.
Ma
la malattia e il dolore accomunano
ogni
uomo, senza distinzioni di
religione
o di etnia.
Urlano
il loro dolore, il loro abbandono,
il
loro lento ed inesorabile imputridire.
Gesù
chiede loro di andare dai sacerdoti
per
essere guariti.
A
volte Gesù, simpaticone, ci chiede di
andare
da un prete per essere guariti.
È
un retaggio dell’antico Israele, quando
il
sacerdote fungeva anche da ufficiale
medico;
solo lui poteva attestare la
guarigione
e il reinserimento
di
un lebbroso.
Questa
richiesta, da parte di Gesù,
indica
il suo profondo rispetto per
il
passato di Israele, Egli non è venuto
a
cambiare un iota o un segno, ma a
dare
compimento, a riportare alla
propria
origine il progetto di Dio.
Di
più; la guarigione non è istantanea,
richiede
un cammino, un fidarsi;
Dio
non ama i miracoli eclatanti,
chiede
sempre consapevolezza,
cammino,
fiducia, mediazione.
I
dieci vanno e, mentre camminano,
si
accorgono di essere guariti.
Anche
a molti di noi accade di guarire
per
strada, quando la smettiamo di porre
condizioni
a Dio e a noi stessi.
Stupiti,
straniti, sconvolti, i lebbrosi
guariti
adempiono la richiesta di Gesù
e
vanno dal sacerdote.
Eccetto
uno, colui che non ha Tempio,
che
non ha sacerdoti, non ha
religioni
ufficiale.
Non
sa dove andare il samaritano
e
torna sui suoi passi.
Uno
solo torna a ringraziare, pieno di fede.
Gesù,
sconfortato, constata che dieci
sono
stati sanati, ma uno solo salvato.
Una
volta guariti, le differenze tornano
(mistero
dell’umana fragilità!); nove
vanno
al Tempio e il samaritano,
di
nuovo solo, senza un tempio in
cui
essere accolto, corre dal Tempio
della
gloria di Dio che è Gesù.
Il
samaritano torna indietro lodando
Dio
a gran voce, non può tacere, urla
la
sua gioia, la sua solitudine e la sua
emarginazione
sono finalmente finiti.
E
gli altri? Chiede Gesù.
Nulla,
spariti, scomparsi.
Guarire
gli uomini dalla loro
ingratitudine
è ben più difficile che
guarirli
dalle loro malattie.
La
gratitudine, la festa, lo stupore,
sono
atteggiamenti connaturali all’uomo,
eppure
troppo poco spesso manifestati
nella
nostra vita.
Siamo
tutti molto lamentosi, sempre
pronti
a sottolineare il negativo che pesa
come
un macigno nelle nostre bilance.
Diamo
tutto per scontato; è normale
esistere,
vivere, respirare, amare;
normale
e dovuto nutrirsi, lavarsi,
abitare,
lavorare.
Il
nostro sguardo, un po assuefatto dalle
cose
scontate e dovute, non sa più
aprirsi
alla gratitudine.
Come
vorrei vedere più sorrisi sulle
labbra
dei cristiani, più lode nelle loro
preghiere,
più gratitudine nei gesti di
coloro
che, guariti dalle loro solitudini
interiori
e dalla lebbra che è il peccato,
sono
anche salvati e fatti Figli di Dio.
Attenti
all’ingratitudine, incontentabili
discepoli
del Signore.
Essere
guariti non significa essere salvati.
I
nove ingrati sono la perfetta icona di
un
cristianesimo molto diffuso, che
ricorre
a Dio come ad un potente
guaritore
da invocare nei momenti
di
difficoltà.
Che
triste immagine di Dio si fabbricano
coloro
che a Lui ricorrono ‘quando c’è
bisogno’,
che lasciano Dio ben lontano
dalle
loro scelte, dalla loro famiglia,
salvo
poi arrabbiarsi e tirarlo in ballo
quando
qualcosa va storto nei loro
(badate,
non nei suoi) progetti.
I
nove sono guariti; hanno ottenuto ciò
che
chiedevano, ma non sono salvati.
Rimasti
chiusi nella loro parziale e
distorta
visione di Dio, guariti dalla
lebbra
sulla pelle, non vedono neppure
la
lebbra che hanno nel cuore.
Il
Dio che hanno invocato è il Dio dei
rimedi
impossibili, non il Tempio in cui
abitare,
il potente da corrompere e
convincere,
non il Dio che, nella
guarigione,
testimonia che è arrivato
il
tempo messianico.
Che
triste idea di Dio hanno questi lebbrosi!
Una
visione della fede superstiziosa
e
magica, che accusa Dio delle nostre
malattie,
che mette Dio alla
sbarra,
accusandolo.
La
malattia e la morte ricordano al nostro
mondo
contemporaneo, perso nel delirio
di
onnipotenza, che siamo creature fragili,
che,
come gli alberi e gli uccelli del cielo,
viviamo
la nostra vita come un soffio,
che
il nostro corpo è mortale.
Ma
il faggio e il passerotto, quando arriva
l’autunno,
accettano la propria condizione
serenamente,
sapendo di far parte di un
immenso
disegno d’amore e che la morte
non
è una condizione definitiva.
L’uomo,
invece, la rifiuta,
segno-questo-della
sua immensa dignità.
La
malattia può allora diventare,
paradossalmente,
la porta attraverso cui
entriamo
nel nostro ricco mondo interiore.
Davanti
alla sofferenza, come i due ladroni
sulla
croce, possiamo bestemmiare Dio
accusandolo
di indifferenza.
O
accorgerci che sta morendo accanto a noi.
Cadere
nella disperazione.
O
cadere ai piedi della croce.
Basta
la salute?
Certo,
la salute è bene prezioso, e va
conservato,
con uno stile di vita salubre
ed
armonioso, ricordandoci che la pace
del
cuore di chi incontra Dio e scopre
il
proprio progetto di vita, apporta anche
benessere
psicofisico profondo.
Ma
non è vero, non basta la salute,
ci
necessita la felicità.
Gesù ci dice che la salute non è tutto,
più della salute c’è la salvezza e la pace.
E la felicità consiste nell’aprire il cuore
alla gratitudine di un Dio che ci guarisce
nel profondo da ogni solitudine,
da ogni dolore, buona Domenica della
gratitudine e della pace, amici, Fausto.

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