Venerdì Santo.
La Passione di nostro Signore Gesù Cristo.
Prima lettura.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe.
Dal libro del profeta Isaìa (52,13-53,12)
Ecco, il mio servo avrà successo, sarà
onorato, esaltato e innalzato grandemente.
Come molti si stupirono di lui-tanto era
sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli
dell’uomo-, così si meraviglieranno di
lui molte nazioni; i re davanti a lui si
chiuderanno la bocca, poiché vedranno
un fatto mai a essi raccontato e
comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?
A chi sarebbe stato manifestato il
braccio del Signore?
È cresciuto come un virgulto davanti
a lui e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza per attirare
i nostri sguardi, non splendore per
poterci piacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo
dei dolori che ben conosce il patire, come
uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo
alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre
sofferenze, si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato, percosso
da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è
abbattuto su di lui; per le sue piaghe
noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un
gregge, ognuno di noi seguiva la sua
strada; il Signore fece ricadere su di
lui l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì
la sua bocca; era come agnello condotto
al macello, come pecora muta di fronte
ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu
tolto di mezzo; chi si affligge per la
sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per
la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi, con
il ricco fu il suo tumulo, sebbene non
avesse commesso violenza né vi fosse
inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo
con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di
riparazione, vedrà una discendenza,
vivrà a lungo, si compirà per mezzo
suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza; il giusto
mio servo giustificherà molti, egli si
addosserà le loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino, perché ha
spogliato se stesso fino alla morte ed è
stato annoverato fra gli empi, mentre
egli portava il peccato di molti e
intercedeva per i colpevoli.
Parola di Dio.
Salmo Responsoriale dal Sal 30 (31)
Ripetiamo. Padre, nelle tue mani
consegno il mio spirito.
In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso;
difendimi per la tua giustizia.
Alle tue mani affido il mio spirito; tu
mi hai riscattato, Signore, Dio fedele. R.
Sono il rifiuto dei miei nemici
e persino dei miei vicini,
il terrore dei miei conoscenti;
chi mi vede per strada mi sfugge.
Sono come un morto, lontano dal cuore;
sono come un coccio da gettare. R.
Ma io confido in te, Signore;
dico: «Tu sei il mio Dio,
i miei giorni sono nelle tue mani».
Liberami dalla mano dei miei nemici
e dai miei persecutori. R.
Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto,
salvami per la tua misericordia.
Siate forti, rendete saldo il vostro cuore,
voi tutti che sperate nel Signore. R.
Seconda Lettura.
Cristo imparò l'obbedienza e divenne
causa di salvezza per tutti coloro
che gli obbediscono.
Dalla lettera agli Ebrei (4,14-16;5,7-9)
Fratelli, poiché abbiamo un sommo
sacerdote grande, che è passato
attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio,
manteniamo ferma la professione
della fede.
Infatti non abbiamo un sommo sacerdote
che non sappia prendere parte alle nostre
debolezze: egli stesso è stato messo alla
prova in ogni cosa come noi,
escluso il peccato.
Accostiamoci dunque con piena fiducia
al trono della grazia per ricevere
misericordia e trovare grazia, così da
essere aiutati al momento opportuno.
[Cristo, infatti,] nei giorni della sua vita
terrena, offrì preghiere e suppliche, con
forti grida e lacrime, a Dio che poteva
salvarlo da morte e, per il suo pieno
abbandono a lui, venne esaudito.
Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza
da ciò che patì e, reso perfetto, divenne
causa di salvezza eterna per tutti coloro
che gli obbediscono.
Parola di Dio.
Acclamazione al Vangelo
Gloria e lode a te, Cristo Signore!
Per noi Cristo si è fatto obbediente
fino alla morte e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome. (Cf. Fil 2,8-9)
Gloria e lode a te, Cristo Signore!
Vangelo.
Passione del Signore.
Passione di nostro Signore Gesù Cristo
secondo Giovanni (18,1-19,42) anno pari.
Catturarono Gesù e lo legarono.
In quel tempo, Gesù uscì con i suoi
discepoli al di là del torrente Cèdron,
dove c’era un giardino, nel quale entrò
con i suoi discepoli.
Anche Giuda, il traditore, conosceva
quel luogo, perché Gesù spesso si era
trovato là con i suoi discepoli.
Giuda dunque vi andò, dopo aver preso
un gruppo di soldati e alcune guardie
fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei,
con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora,
sapendo tutto quello che doveva
accadergli, si fece innanzi e disse
loro: «Chi cercate?».
Gli risposero: «Gesù, il Nazareno».
Disse loro Gesù: «Sono io!».
Vi era con loro anche Giuda, il traditore.
Appena disse loro «Sono io»,
indietreggiarono e caddero a terra.
Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?».
Risposero: «Gesù, il Nazareno».
Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io.
Se dunque cercate me, lasciate che questi
se ne vadano», perché si compisse la
parola che egli aveva detto: «Non ho
perduto nessuno di quelli che mi hai dato».
Allora Simon Pietro, che aveva una spada,
la trasse fuori, colpì il servo del sommo
sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro.
Quel servo si chiamava Malco.
Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la
spada nel fodero: il calice che il Padre
mi ha dato, non dovrò berlo?».
Lo condussero prima da Anna.
Allora i soldati, con il comandante e le
guardie dei Giudei, catturarono Gesù,
lo legarono e lo condussero prima da
Anna: egli infatti era suocero di Caifa,
che era sommo sacerdote quell’anno.
Caifa era quello che aveva consigliato
ai Giudei: «È conveniente che un solo
uomo muoia per il popolo».
Intanto Simon Pietro seguiva Gesù
insieme a un altro discepolo.
Questo discepolo era conosciuto dal
sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel
cortile del sommo sacerdote.
Pietro invece si fermò fuori, vicino
alla porta.
Allora quell’altro discepolo, noto al
sommo sacerdote, tornò fuori, parlò
alla portinaia e fece entrare Pietro.
E la giovane portinaia disse a Pietro:
«Non sei anche tu uno dei discepoli
di quest’uomo?».
Egli rispose: «Non lo sono».
Intanto i servi e le guardie avevano acceso
un fuoco, perché faceva freddo, e si
scaldavano; anche Pietro stava con
loro e si scaldava.
Il sommo sacerdote, dunque, interrogò
Gesù riguardo ai suoi discepoli e al
suo insegnamento.
Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo
apertamente; ho sempre insegnato nella
sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei
si riuniscono, e non ho mai detto nulla
di nascosto.
Perché interroghi me?
Interroga quelli che hanno udito ciò che
ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa
ho detto».
Appena detto questo, una delle guardie
presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo:
«Così rispondi al sommo sacerdote?».
Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male,
dimostrami dov’è il male.
Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».
Allora Anna lo mandò, con le mani legate,
a Caifa, il sommo sacerdote.
Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?
Non lo sono!
Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi.
Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei
suoi discepoli?».
Egli lo negò e disse: «Non lo sono».
Ma uno dei servi del sommo sacerdote,
parente di quello a cui Pietro aveva
tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho
forse visto con lui nel giardino?».
Pietro negò di nuovo, e subito un
gallo cantò.
Il mio regno non è di questo mondo.
Condussero poi Gesù dalla casa di
Caifa nel pretorio.
Era l’alba ed essi non vollero entrare nel
pretorio, per non contaminarsi e poter
mangiare la Pasqua.
Pilato dunque uscì verso di loro e
domandò: «Che accusa portate
contro quest’uomo?».
Gli risposero: «Se costui non fosse un
malfattore, non te l’avremmo consegnato».
Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi
e giudicatelo secondo la vostra Legge!».
Gli risposero i Giudei: «A noi non è
consentito mettere a morte nessuno».
Così si compivano le parole che Gesù
aveva detto, indicando di quale morte
doveva morire.
Pilato allora rientrò nel pretorio, fece
chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il
re dei Giudei?».
Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure
altri ti hanno parlato di me?».
Pilato disse: «Sono forse io Giudeo?
La tua gente e i capi dei sacerdoti ti
hanno consegnato a me.
Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di
questo mondo; se il mio regno fosse di
questo mondo, i miei servitori avrebbero
combattuto perché non fossi consegnato
ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?».
Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re.
Per questo io sono nato e per questo sono
venuto nel mondo: per dare testimonianza
alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta
la mia voce».
Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».
E, detto questo, uscì di nuovo verso i
Giudei e disse loro: «Io non trovo in
lui colpa alcuna.
Vi è tra voi l’usanza che, in occasione
della Pasqua, io rimetta uno in libertà
per voi: volete dunque che io rimetta in
libertà per voi il re dei Giudei?».
Allora essi gridarono di nuovo: «Non
costui, ma Barabba!».
Barabba era un brigante.
Salve, re dei Giudei!
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo
fece flagellare.
E i soldati, intrecciata una corona di
spine, gliela posero sul capo e gli misero
addosso un mantello di porpora.
Poi gli si avvicinavano e dicevano:
«Salve, re dei Giudei!».
E gli davano schiaffi.
Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro:
«Ecco, io ve lo conduco fuori, perché
sappiate che non trovo in lui colpa alcuna».
Allora Gesù uscì, portando la corona di
spine e il mantello di porpora.
E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».
Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le
guardie gridarono: «Crocifiggilo!
Crocifiggilo!».
Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e
crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa».
Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una
Legge e secondo la Legge deve morire,
perché si è fatto Figlio di Dio».
All’udire queste parole, Pilato ebbe
ancor più paura.
Entrò di nuovo nel pretorio e disse a
Gesù: «Di dove sei tu?».
Ma Gesù non gli diede risposta.
Gli disse allora Pilato: «Non mi parli?
Non sai che ho il potere di metterti in
libertà e il potere di metterti in croce?».
Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun
potere su di me, se ciò non ti fosse stato
dato dall’alto.
Per questo chi mi ha consegnato a te ha
un peccato più grande».
Via! Via! Crocifiggilo!
Da quel momento Pilato cercava di
metterlo in libertà.
Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui,
non sei amico di Cesare!
Chiunque si fa re si mette contro Cesare».
Udite queste parole, Pilato fece condurre
fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo
chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà.
Era la Parascève della Pasqua,
verso mezzogiorno.
Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!».
Ma quelli gridarono: «Via!
Via! Crocifiggilo!».
Disse loro Pilato: «Metterò in croce
il vostro re?».
Risposero i capi dei sacerdoti: «Non
abbiamo altro re che Cesare».
Allora lo consegnò loro perché
fosse crocifisso.
Lo crocifissero e con lui altri due.
Essi presero Gesù ed egli, portando la
croce, si avviò verso il luogo detto del
Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo
crocifissero e con lui altri due, uno da
una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo.
Pilato compose anche l’iscrizione e la
fece porre sulla croce; vi era scritto:
«Gesù il Nazareno, il re dei Giudei».
Molti Giudei lessero questa iscrizione,
perché il luogo dove Gesù fu crocifisso
era vicino alla città; era scritta in ebraico,
in latino e in greco.
I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero
allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei
Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono
il re dei Giudei”».
Rispose Pilato: «Quel che ho scritto,
ho scritto».
Si sono divisi tra loro le mie vesti.
I soldati poi, quando ebbero crocifisso
Gesù, presero le sue vesti, ne fecero
quattro parti-una per ciascun
soldato-, e la tunica.
Ma quella tunica era senza cuciture,
tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.
Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola,
ma tiriamo a sorte a chi tocca».
Così si compiva la Scrittura, che dice:
«Si sono divisi tra loro le mie vesti e
sulla mia tunica hanno gettato la sorte».
E i soldati fecero così.
Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
Stavano presso la croce di Gesù sua
madre, la sorella di sua madre, Maria
madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto
a lei il discepolo che egli amava, disse
alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!».
E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai
tutto era compiuto, affinché si compisse
la Scrittura, disse: «Ho sete».
Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero
perciò una spugna, imbevuta di aceto,
in cima a una canna e gliela accostarono
alla bocca.
Dopo aver preso l’aceto, Gesù
disse: «È compiuto!».
E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Qui ci si genuflette e si fa una breve pausa.
E subito ne uscì sangue e acqua.
Era il giorno della Parascève e i Giudei,
perché i corpi non rimanessero sulla
croce durante il sabato-era infatti un
giorno solenne quel sabato-, chiesero
a Pilato che fossero spezzate loro le
gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le
gambe all’uno e all’altro che erano stati
crocifissi insieme con lui.
Venuti però da Gesù, vedendo che era già
morto, non gli spezzarono le gambe, ma
uno dei soldati con una lancia gli colpì il
fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua
testimonianza è vera; egli sa che dice il
vero, perché anche voi crediate.
Questo infatti avvenne perché si
compisse la Scrittura: «Non gli sarà
spezzato alcun osso».
E un altro passo della Scrittura dice
ancora: «Volgeranno lo sguardo a
colui che hanno trafitto».
Presero il corpo di Gesù e lo
avvolsero con teli insieme ad aromi.
Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa,
che era discepolo di Gesù, ma di nascosto,
per timore dei Giudei, chiese a Pilato di
prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse.
Allora egli andò e prese il corpo di Gesù.
Vi andò anche Nicodèmo-quello che in
precedenza era andato da lui di notte-e
portò circa trenta chili di una mistura
di mirra e di áloe.
Essi presero allora il corpo di Gesù e lo
avvolsero con teli, insieme ad aromi,
come usano fare i Giudei per preparare
la sepoltura.
Ora, nel luogo dove era stato crocifisso,
vi era un giardino e nel giardino un
sepolcro nuovo, nel quale nessuno era
stato ancora posto.
Là dunque, poiché era il giorno della
Parascève dei Giudei e dato che il
sepolcro era vicino, posero Gesù.
Parola del Signore.
Riflessione personale sul Vangelo di oggi.
Sembra che non si sia trattato di un
processo, ma di un interrogatorio con
torbide finalità, perché Gesù è sempre
stato tenuto sott’occhio dal Sinedrio,
e processato in contumacia dopo la
risurrezione di Lazzaro.
Probabilmente il processo vero e proprio
avvenne in varie fasi, durante i due anni
di ministero pubblico di Gesù.
Per avere però l’esatta sequenza dei fatti
dobbiamo seguire Giovanni, molto
preciso, come sempre.
Giovanni pone la cacciata dei venditori
all’inizio del suo Vangelo, inserendo
subito la ragione della tensione con le
autorità del tempio.
Come quando, Gesù è accusato di una
guarigione in giorno di sabato e parla
davanti al Sinedrio.
Troviamo addirittura un tentativo di
lapidazione, quando Gesù viene
interrogato, durante la festa di sabato,
mentre predica al tempio, lasciando
intendere di essere il Messia.
La reazione è feroce perché Lui,
che è uomo, si fa Dio.
Insomma; la vita pubblica di Gesù è un
lungo processo, che sfocia nella
decisione formale di eliminarlo, dopo
la risurrezione di Lazzaro.
La situazione è chiara; il Sinedrio è
spaventato dalla notorietà di Gesù,
di cui conosce la predicazione nel tempio.
Teme che il fragile equilibrio creatosi
con i romani possa venire a mancare.
Forse Gesù è un agitatore sociale.
Il Sinedrio è oggettivamente preoccupato.
La componente sadducea, conservatrice,
mal sopporta le requisitorie del Nazareno,
che mette in discussione il sistema
sacerdotale.
I farisei, che all’inizio simpatizzavano per
Lui, sono offesi dalle sue continue accuse
al loro sistema di purità.
Gli scribi e i dottori della legge, molti
dei quali farisei, non sopportano che
questo falegname faccia il Rabbì
senza autorizzazione.
Insomma; l’ora di Gesù è suonata,
adesso si fa sul serio.
La riflessione di Caifa è lucida e spietata;
se la protesta monta, Roma interverrà,
e sarà la fine della nazione.
È spietato, il sommo sacerdote, ma ha
ragione, dal suo discutibile e parziale
punto di vista.
Giovanni, qui, fa un commento da brividi,
come solo lui sa fare, il sommo sacerdote
dice il vero, anche se non lo sa.
Gesù morirà al posto del popolo, salvandolo.
Ma non come pensa Caifa, certo, il quale,
senza saperlo, profetizza, perché è
sommo sacerdote.
Insomma; anche se commette un’ingiustizia
e fa una cosa riprovevole e ingiusta, di
fatto
asseconda il progetto di Dio, perché Dio non
lo abbandona, anche se è una brutta persona.
Capita anche nella Chiesa; a volte coloro
che hanno responsabilità, commettono
degli errori, ma Dio riesce a scrivere
diritto sulle loro righe storte, come con
noi.
(Questo significa che, dobbiamo tracciare
delle linee a caso?
Ci vuole molto senso di responsabilità).
Gesù è giudicato colpevole in contumacia,
si tratta solo di arrestarlo e di
interrogarlo.
Perciò il potente Anna e Caifa suo genero,
radunano una parte del Sinedrio nel
cuore della notte.
Si radunano, in tutta fretta, prima della
vigilia di pasqua.
Addirittura due volte, nel cuore della notte
e al mattino presto, in una sessione
allargata.
Per fare cosa?
Per trovare un’accusa che permetta ai
romani di giustiziarlo.
Perché il Sinedrio non ha il diritto di
condannare a morte.
Ecco il paradosso; per liberarsi di Gesù,
il Sinedrio deve trovare un’accusa che
possa convincere gli odiati romani
a condannarlo a morte.
La riunione notturna ha questa finalità;
trovare un’accusa credibile.
Devono trovare un’accusa che screditi
Gesù agli occhi dei suoi discepoli.
Devono trovare un’accusa che convinca
i romani ad appenderlo.
Ai romani non importa che questo
falegname faccia il profeta, contesti la
legge orale, interpreti quella scritta,
ridicolizzi le manie dei farisei, parli in
nome di Dio, si prenda Egli stesso per Dio.
Sono problemi irrilevanti, dispute
incomprensibili, ai loro occhi.
No; bisogna trovare un’accusa che
costringa i romani a condannarlo.
Un’accusa di lesa maestà.
Eccoli di fronte, ora.
Caifa e Gesù, il potere e la profezia,
il diritto e l’amore, la rigidezza e la
misericordia, l’opportunismo e la verità.
Caifa è spietato, opportunista, ha una
sola finalità; conservare il potere che
ha ottenuto, costi quel che costi.
E purtroppo, lo fa anche se è un
sacerdote, il sommo sacerdote.
Trova delle valide ragioni per commettere
un crimine, ragioni sante, di difesa del
popolo.
In fondo, però, ha una sola ragione, la sua.
Eccoli allora, al confronto.
Non è un processo, come abbiamo visto,
e neppure un vero interrogatorio.
È una farsa.
Gesù è condotto in casa di Caifa, o nella
sede del Sinedrio, su ordine di Pilato,
che voleva poter accedere alla riunione,
cosa impossibile per un romano,
pagano, all’interno del tempio.
Pietro lo segue da lontano.
Non è più discepolo, ha preso le
distanze, e fra poco, come vedremo,
giurerà di non conoscerlo.
Possiamo essere dei discepoli vicini.
O lontani.
Pensare che il Signore, alla fine, ci crei
imbarazzo, ci impedisca di essere,
di fiorire, di crescere.
E allontanarci, fino a non riconoscerlo più.
E aderire al Vangelo da liberi uditori,
senza coinvolgerci, per vedere
come va a finire.
Come accade oggi; siamo tutti cristiani
politicamente corretti, ma facciamo
i distinguo, e spesso ci vergogniamo
della nostra fede.
No. Solo se investiamo tutto possiamo
essere veramente discepoli, solo se ci
sporchiamo le mani, solo se ci mettiamo
in gioco possiamo convertire il nostro cuore.
Pietro entra liberamente nella casa del
sommo sacerdote, seguendo
l’evangelista Giovanni.
Come dicevo, questa è una delle prove
che Giovanni fa parte della classe
sacerdotale ai massimi livelli.
Un sacerdote del tempio discepolo
di Gesù, che bello.
Anche i preti possono diventare discepoli.
L’interrogatorio si rivela un fallimento;
i testimoni chiamati ad accusare Gesù,
non si sono neppure presi la briga di
accordarsi preventivamente,
tanto è tutto scontato, che disastro.
Finalmente qualcuno si è preparato; Gesù,
cacciando i venditori del tempio, ha
profetizzato la distruzione del tempio
e, la sua ricostruzione in tre giorni.
Profezia che non si è avverata.
Non ancora.
Gesù è accusato di essere un falso
profeta, un falsificatore.
Un’accusa precisa, terribile, che, da sola,
lo può portare comunque alla morte.
Questa è la punizione per chi fa finta
di essere un profeta.
Gesù stava parlando del tempio del suo
corpo, ma gli accusatori non sanno,
non capiscono, non possono capire
o non vogliono.
Quante volte le cose che diciamo
vengono male interpretate e, peggio,
ci vengono ritorte contro.
La ragione è semplice; il cuore di chi
ascolta non accoglie, è preventivo,
sa già cosa replicare.
Caifa ha già deciso cosa fare, deve trovare
un’accusa e qualunque affermazione di
Gesù va bene, se serve allo scopo.
È difficile imparare ad ascoltare gli altri.
Pieni di pregiudizi, corriamo il rischio
di non ascoltare, di non accogliere.
Gesù dovrebbe spiegarsi, difendersi! Tace!
Come può difendersi da chi lo ha
già condannato?
Tace Gesù!
Il silenzio è un’accusa, il suo
tacere è eloquente.
Gesù si è consegnato, ma non è un
fantoccio la sua dignità resta intatta,
non avvalora la farsa
che si consuma ai suoi danni.
Caifa tende la trappola. È astuto.
L’accusa di essere un falsificatore non è
sufficiente per i romani, a loro non importa.
Deve osare di più.
Chiede esplicitamente a Gesù
se Egli è il Messia.
Gesù, nel corso della sua predicazione,
ha evitato accuratamente di professarsi
Messia, perché la folla si aspettava un
Messia guerriero, muscoloso, giustiziere.
Lui, invece, vive il suo messianismo
come un servizio.
Ha evitato di professarsi Messia per
non suscitare attese inopportune e ambigue.
È il Messia, ma non come la gente vorrebbe.
Ora la trappola è tesa, brutalmente.
I romani non sanno molto del Messia.
Sanno che gli zeloti attendono il Messia
per scalzarli, per ristabilire la regalità
di Davide su Israele.
Per loro, insomma, il Messia è il
re dei giudei.
Se Gesù si professa Messia, Caifa potrà
condurlo da Pilato accusandolo di voler
essere il re dei giudei, di volersi
sostituire a Cristo.
Lesa maestà, crimine punito con
la crocifissione.
Gesù esita. Parla. Tu lo dici.
Sì Lui è il Messia. O forse no!
Dio non è mai evidente, a noi
spesso il giudizio.
Dio non si impone, Gesù resta velato,
a noi di scoprirlo.
Tu lo dici; (come se dicesse, tu hai paura
di me per questo mi riconosci il Messia).
Non sono io a professarmi Messia,
Caifa, tu puoi riconoscermi come tale.
Gesù aggiunge; vedrete il Figlio
dell’uomo sedere accanto al Padre.
Questa volta è troppo, e the credo,
Gesù, davvero, pensa di avere un
rapporto diretto e speciale con Dio.
È troppo anche per Caifa.
Il gesto di strapparsi le vesti è sincero,
è davvero fuori di sé per la rabbia.
Questo falegname si prende per Dio!
Non solo non riconosce il Sinedrio,
ma osa attribuirsi un titolo divino!
Caifa è senza parole.
Caifa non crede alle proprie orecchie,
Gesù si è proclamato Messia, lo potrà
far uccidere dai romani.
Ancora meglio.
Si prende per Dio; così anche i suoi
seguaci capiranno che è un pazzo,
un bestemmiatore.
Caifa cercava un’accusa, flebile
di falsificazione.
Gesù si accusa di un reato punibile
con la morte; bestemmia.
È fatta! Si scatenano i violenti.
Piovono schiaffi, pugni, insulti.
Davanti al debole si fanno forti e hanno
ragione, una santa ragione; è un
bestemmiatore, è pericoloso, giustificano
così, santamente, la loro ombra, la loro
parte oscura, tolgono i freni, lasciano
emergere la parte peggiore.
Non c’è nulla di peggio della violenza
che si scatena in nome di Dio.
È un fantoccio questo poveraccio!
Un povero pazzo che si prende per Dio!
Non fosse così pericoloso, lo si potrebbe
rimandare libero, povero matto!
Hanno ragione.
Gesù si prende per Dio.
È un povero pazzo. Oppure! Ecco Anna.
Anna vuole conoscere meglio la dottrina
di Gesù; se Caifa teme una sollevazione
popolare, Anna, più sottilmente, teme la
dottrina del Nazareno.
Ma Anna non parla, è Gesù che pone
due domande, senza ottenere risposta.
E che Gesù sia innocente, non è importante;
che sia veramente il Messia, è impossibile.
E poi, siamo sinceri, se venisse davvero
il Messia, ora che tutto è tornato a
funzionare, ora che il tempio è ricostruito
e la classe sacerdotale è tornata potente ed
efficace, non sarebbe un bel guaio per tutti?
Anna interroga Gesù sulla sua dottrina.
Gesù parla, replica, e la sua risposta è
una staffilata; Sai bene cosa ho predicato,
io ho sempre parlato apertamente, tu,
e quelli come te, non vogliono ascoltare.
Ha ragione, il Signore, ha perfettamente
ragione.
Ci sono persone che giudicano senza
ascoltare, che non sentono ragioni;
sono i detentori assoluti della verità;
sanno, non hanno bisogno di ascoltare.
Gesù non fornisce spiegazioni, non
spiega la sua dottrina; Anna la conosce
bene la sua dottrina, gliel’anno riferita
mille volte le spie cha ha inviato per
prendere informazioni su di Lui.
Gesù ha parlato apertamente; Dio vuole
rivelarsi, raccontarsi, vuole essere
accessibile, essere riconosciuto da tutti.
La nostra non è una fede occulta, riservata
a pochi eletti, una fede per gli iniziati.
Siamo chiamati a professare la nostra
dottrina apertamente, senza ambiguità;
salvo poi prendere del matto come
è successo a me.
Ma non fa niente.
Dio è un Padre/Madre pieno di tenerezza
e compassione; che ci tratta da adulti,
e Gesù, suo Figlio, è venuto per
svelarne il volto.
Chi dimora nel suo amore, grazie
all’opera dello Spirito Santo, fa
autentica esperienza di Dio.
Ha parlato apertamente, scrive Giovanni,
con franchezza, è senza ambiguità,
quello che Gesù esercita annunciando
il Vangelo di Dio.
È lo stesso atteggiamento che noi, suoi
discepoli, siamo chiamati ad avere verso
noi stessi, con i fratelli e verso il mondo.
Con noi stessi, per avere consapevolezza
del nostro limite e dimorare nell’umiltà,
che è la concretezza feconda del nostro
valore.
Con i fratelli cristiani, trovando un
equilibrio
fra la correzione fraterna e il giudizio
mondano, mettendo sempre al centro la carità.
Con il mondo, senza avere paura di
testimoniare la nostra fede nel Signore
e di pagarne le conseguenze, se necessario;
non mettere i crocifissi nei cassetti per
paura.
Se Anna vuole sapere la sua dottrina,
che chieda a coloro che hanno ascoltato
Gesù e sono diventati suoi discepoli.
Chieda a noi!
Gesù nel Vangelo, pone un legame
inscindibile fra la sua predicazione
e la predicazione della Chiesa; perché,
se vogliamo incontrare Gesù e le sue
Parole, siamo invitati a rivolgerci alla
fragile testimonianza dei suoi discepoli.
Questo mi mette in crisi.
Come ascoltatori, perché faremmo
volentieri a meno di ricevere l’annuncio
da persone così limitate e incoerenti
come sono i cristiani.
Come discepoli, perché sentiamo che il
tesoro della Parola è custodito in
fragilissimi vasi di creta.
Eppure così ha voluto il Maestro.
La risposta di Gesù è uno schiaffo
all’arroganza di Anna.
E, in risposta, Gesù riceve uno schiaffo in
pieno volto da una guardia troppo zelante.
Così il potere arrogante; davanti alla
verità che lo mette in discussione,
reagisce con prepotenza.
Gesù non porge l’altra guancia, chiede
spiegazioni; chiede al subalterno di non
essere uno schiavo dei suoi istinti, ma
di ragionare; perché, non sempre il
cristiano è chiamato a porgere l’altra
guancia, non quando questo gesto
verrebbe male interpretato.
Gesù reagisce, ha il controllo della
situazione, è l’unico a ragionare in un
frangente di follia e di ingiustizia.
Se siete discepoli, e se si vede che lo
siete,
può succedere che qualcuno vi schiaffeggi
moralmente; per questo, non sempre
è bene tacere o non reagire.
Gesù ci insegna che, a volte, pur in un
atteggiamento di rispetto e di tolleranza,
siamo chiamati a esercitare un servizio
di verità a chi vive nelle tenebre,
a esercitare la franchezza, svelando la
menzogna in chi ci sta accanto.
Fine dell’interrogatorio che non c’è mai
stato.
Ora Gesù può essere inviato da Caifa per
il processo farsa e, in seguito, da Pilato.
Ma in fretta.
Tutto deve concludersi prima del
pomeriggio! Presto!
Ha sempre fretta di condannare, il potere
politico, fretta di nascondere la verità,
fretta di nascondere la sua nullità.
A noi, ora, di urlare la verità al mondo
malato di potere malvagio; Gesù, il Cristo,
con questo gesto, ha sconfitto la malvagità
e ha fatto prevalere l’amore, amici, perciò,
ora è il tempo della contemplazione
e della preghiera, Fausto.
