venerdì 3 aprile 2026

Il Vangelo del Venerdì 3 Aprile 2026

 

Venerdì Santo.

La Passione di nostro Signore Gesù Cristo.

Prima lettura.

Egli è stato trafitto per le nostre colpe.

Dal libro del profeta Isaìa (52,13-53,12)

Ecco, il mio servo avrà successo, sarà

onorato, esaltato e innalzato grandemente.

Come molti si stupirono di lui-tanto era

sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto

e diversa la sua forma da quella dei figli

dell’uomo-, così si meraviglieranno di

lui molte nazioni; i re davanti a lui si

chiuderanno la bocca, poiché vedranno

un fatto mai a essi raccontato e

comprenderanno ciò che mai avevano udito.

Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?

A chi sarebbe stato manifestato il

braccio del Signore?

È cresciuto come un virgulto davanti

a lui e come una radice in terra arida.

Non ha apparenza né bellezza per attirare

i nostri sguardi, non splendore per

poterci piacere.

Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo

dei dolori che ben conosce il patire, come

uno davanti al quale ci si copre la faccia;

era disprezzato e non ne avevamo

alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre

sofferenze, si è addossato i nostri dolori;

e noi lo giudicavamo castigato, percosso

da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per le nostre colpe,

schiacciato per le nostre iniquità.

Il castigo che ci dà salvezza si è

abbattuto su di lui; per le sue piaghe

noi siamo stati guariti.

Noi tutti eravamo sperduti come un

gregge, ognuno di noi seguiva la sua

strada; il Signore fece ricadere su di

lui l’iniquità di noi tutti.

Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì

la sua bocca; era come agnello condotto

al macello, come pecora muta di fronte

ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca.

Con oppressione e ingiusta sentenza fu

tolto di mezzo; chi si affligge per la

sua posterità?

Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per

la colpa del mio popolo fu percosso a morte.

Gli si diede sepoltura con gli empi, con

il ricco fu il suo tumulo, sebbene non

avesse commesso violenza né vi fosse

inganno nella sua bocca.

Ma al Signore è piaciuto prostrarlo

con dolori.

Quando offrirà se stesso in sacrificio di

riparazione, vedrà una discendenza,

vivrà a lungo, si compirà per mezzo

suo la volontà del Signore.

Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce

e si sazierà della sua conoscenza; il giusto

mio servo giustificherà molti, egli si

addosserà le loro iniquità.

Perciò io gli darò in premio le moltitudini,

dei potenti egli farà bottino, perché ha

spogliato se stesso fino alla morte ed è

stato annoverato fra gli empi, mentre

egli portava il peccato di molti e

intercedeva per i colpevoli.

Parola di Dio.

 

Salmo Responsoriale dal Sal 30 (31)

Ripetiamo. Padre, nelle tue mani

consegno il mio spirito.

 

In te, Signore, mi sono rifugiato,

mai sarò deluso;

difendimi per la tua giustizia.

Alle tue mani affido il mio spirito; tu

mi hai riscattato, Signore, Dio fedele. R.

 

Sono il rifiuto dei miei nemici

e persino dei miei vicini,

il terrore dei miei conoscenti;

chi mi vede per strada mi sfugge.

Sono come un morto, lontano dal cuore;

sono come un coccio da gettare. R.

 

Ma io confido in te, Signore;

dico: «Tu sei il mio Dio,

i miei giorni sono nelle tue mani».

Liberami dalla mano dei miei nemici

e dai miei persecutori. R.

 

Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto,

salvami per la tua misericordia.

Siate forti, rendete saldo il vostro cuore,

voi tutti che sperate nel Signore. R.

 

Seconda Lettura.

Cristo imparò l'obbedienza e divenne

causa di salvezza per tutti coloro

che gli obbediscono.

Dalla lettera agli Ebrei (4,14-16;5,7-9)

Fratelli, poiché abbiamo un sommo

sacerdote grande, che è passato

attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio,

manteniamo ferma la professione

della fede.

Infatti non abbiamo un sommo sacerdote

che non sappia prendere parte alle nostre

debolezze: egli stesso è stato messo alla

prova in ogni cosa come noi,

escluso il peccato.

Accostiamoci dunque con piena fiducia

al trono della grazia per ricevere

misericordia e trovare grazia, così da

essere aiutati al momento opportuno.

[Cristo, infatti,] nei giorni della sua vita

terrena, offrì preghiere e suppliche, con

forti grida e lacrime, a Dio che poteva

salvarlo da morte e, per il suo pieno

abbandono a lui, venne esaudito.

Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza

da ciò che patì e, reso perfetto, divenne

causa di salvezza eterna per tutti coloro

che gli obbediscono.

Parola di Dio.

 

Acclamazione al Vangelo

Gloria e lode a te, Cristo Signore!

 

Per noi Cristo si è fatto obbediente

fino alla morte e a una morte di croce.

Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome

che è al di sopra di ogni nome. (Cf. Fil 2,8-9)

 

Gloria e lode a te, Cristo Signore!

 

Vangelo.

Passione del Signore.

Passione di nostro Signore Gesù Cristo

secondo Giovanni (18,1-19,42) anno pari.

Catturarono Gesù e lo legarono.

In quel tempo, Gesù uscì con i suoi

discepoli al di là del torrente Cèdron,

dove c’era un giardino, nel quale entrò

con i suoi discepoli.

Anche Giuda, il traditore, conosceva

quel luogo, perché Gesù spesso si era

trovato là con i suoi discepoli.

Giuda dunque vi andò, dopo aver preso

un gruppo di soldati e alcune guardie

fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei,

con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora,

sapendo tutto quello che doveva

accadergli, si fece innanzi e disse

loro: «Chi cercate?».

Gli risposero: «Gesù, il Nazareno».

Disse loro Gesù: «Sono io!».

Vi era con loro anche Giuda, il traditore.

Appena disse loro «Sono io»,

indietreggiarono e caddero a terra.

Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?».

Risposero: «Gesù, il Nazareno».

Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io.

Se dunque cercate me, lasciate che questi

se ne vadano», perché si compisse la

parola che egli aveva detto: «Non ho

perduto nessuno di quelli che mi hai dato».

Allora Simon Pietro, che aveva una spada,

la trasse fuori, colpì il servo del sommo

sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro.

Quel servo si chiamava Malco.

Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la

spada nel fodero: il calice che il Padre

mi ha dato, non dovrò berlo?».

Lo condussero prima da Anna.

Allora i soldati, con il comandante e le

guardie dei Giudei, catturarono Gesù,

lo legarono e lo condussero prima da

Anna: egli infatti era suocero di Caifa,

che era sommo sacerdote quell’anno.

Caifa era quello che aveva consigliato

ai Giudei: «È conveniente che un solo

uomo muoia per il popolo».

Intanto Simon Pietro seguiva Gesù

insieme a un altro discepolo.

Questo discepolo era conosciuto dal

sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel

cortile del sommo sacerdote.

Pietro invece si fermò fuori, vicino

alla porta.

Allora quell’altro discepolo, noto al

sommo sacerdote, tornò fuori, parlò

alla portinaia e fece entrare Pietro.

E la giovane portinaia disse a Pietro:

«Non sei anche tu uno dei discepoli

di quest’uomo?».

Egli rispose: «Non lo sono».

Intanto i servi e le guardie avevano acceso

un fuoco, perché faceva freddo, e si

scaldavano; anche Pietro stava con

loro e si scaldava.

Il sommo sacerdote, dunque, interrogò

Gesù riguardo ai suoi discepoli e al

suo insegnamento.

Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo

apertamente; ho sempre insegnato nella

sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei

si riuniscono, e non ho mai detto nulla

di nascosto.

Perché interroghi me?

Interroga quelli che hanno udito ciò che

ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa

ho detto».

Appena detto questo, una delle guardie

presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo:

«Così rispondi al sommo sacerdote?».

Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male,

dimostrami dov’è il male.

Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».

Allora Anna lo mandò, con le mani legate,

a Caifa, il sommo sacerdote.

Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?

Non lo sono!

Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi.

Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei

suoi discepoli?».

Egli lo negò e disse: «Non lo sono».

Ma uno dei servi del sommo sacerdote,

parente di quello a cui Pietro aveva

tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho

forse visto con lui nel giardino?».

Pietro negò di nuovo, e subito un

gallo cantò.

Il mio regno non è di questo mondo.

Condussero poi Gesù dalla casa di

Caifa nel pretorio.

Era l’alba ed essi non vollero entrare nel

pretorio, per non contaminarsi e poter

mangiare la Pasqua.

Pilato dunque uscì verso di loro e

domandò: «Che accusa portate

contro quest’uomo?».

Gli risposero: «Se costui non fosse un

malfattore, non te l’avremmo consegnato».

Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi

e giudicatelo secondo la vostra Legge!».

Gli risposero i Giudei: «A noi non è

consentito mettere a morte nessuno».

Così si compivano le parole che Gesù

aveva detto, indicando di quale morte

doveva morire.

Pilato allora rientrò nel pretorio, fece

chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il

re dei Giudei?».

Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure

altri ti hanno parlato di me?».

Pilato disse: «Sono forse io Giudeo?

La tua gente e i capi dei sacerdoti ti

hanno consegnato a me.

Che cosa hai fatto?».

Rispose Gesù: «Il mio regno non è di

questo mondo; se il mio regno fosse di

questo mondo, i miei servitori avrebbero

combattuto perché non fossi consegnato

ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».

Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?».

Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re.

Per questo io sono nato e per questo sono

venuto nel mondo: per dare testimonianza

alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta

la mia voce».

Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».

E, detto questo, uscì di nuovo verso i

Giudei e disse loro: «Io non trovo in

lui colpa alcuna.

Vi è tra voi l’usanza che, in occasione

della Pasqua, io rimetta uno in libertà

per voi: volete dunque che io rimetta in

libertà per voi il re dei Giudei?».

Allora essi gridarono di nuovo: «Non

costui, ma Barabba!».

Barabba era un brigante.

Salve, re dei Giudei!

Allora Pilato fece prendere Gesù e lo

fece flagellare.

E i soldati, intrecciata una corona di

spine, gliela posero sul capo e gli misero

addosso un mantello di porpora.

Poi gli si avvicinavano e dicevano:

«Salve, re dei Giudei!».

E gli davano schiaffi.

Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro:

«Ecco, io ve lo conduco fuori, perché

sappiate che non trovo in lui colpa alcuna».

Allora Gesù uscì, portando la corona di

spine e il mantello di porpora.

E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».

Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le

guardie gridarono: «Crocifiggilo!

Crocifiggilo!».

Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e

crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa».

Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una

Legge e secondo la Legge deve morire,

perché si è fatto Figlio di Dio».

All’udire queste parole, Pilato ebbe

ancor più paura.

Entrò di nuovo nel pretorio e disse a

Gesù: «Di dove sei tu?».

Ma Gesù non gli diede risposta.

Gli disse allora Pilato: «Non mi parli?

Non sai che ho il potere di metterti in

libertà e il potere di metterti in croce?».

Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun

potere su di me, se ciò non ti fosse stato

dato dall’alto.

Per questo chi mi ha consegnato a te ha

un peccato più grande».

Via! Via! Crocifiggilo!

Da quel momento Pilato cercava di

metterlo in libertà.

Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui,

non sei amico di Cesare!

Chiunque si fa re si mette contro Cesare».

Udite queste parole, Pilato fece condurre

fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo

chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà.

Era la Parascève della Pasqua,

verso mezzogiorno.

Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!».

Ma quelli gridarono: «Via!

Via! Crocifiggilo!».

Disse loro Pilato: «Metterò in croce

il vostro re?».

Risposero i capi dei sacerdoti: «Non

abbiamo altro re che Cesare».

Allora lo consegnò loro perché

fosse crocifisso.

Lo crocifissero e con lui altri due.

Essi presero Gesù ed egli, portando la

croce, si avviò verso il luogo detto del

Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo

crocifissero e con lui altri due, uno da

una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo.

Pilato compose anche l’iscrizione e la

fece porre sulla croce; vi era scritto:

«Gesù il Nazareno, il re dei Giudei».

Molti Giudei lessero questa iscrizione,

perché il luogo dove Gesù fu crocifisso

era vicino alla città; era scritta in ebraico,

in latino e in greco.

I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero

allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei

Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono

il re dei Giudei”».

Rispose Pilato: «Quel che ho scritto,

ho scritto».

Si sono divisi tra loro le mie vesti.

I soldati poi, quando ebbero crocifisso

Gesù, presero le sue vesti, ne fecero

quattro parti-una per ciascun

soldato-, e la tunica.

Ma quella tunica era senza cuciture,

tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.

Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola,

ma tiriamo a sorte a chi tocca».

Così si compiva la Scrittura, che dice:

«Si sono divisi tra loro le mie vesti e

sulla mia tunica hanno gettato la sorte».

E i soldati fecero così.

Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!

Stavano presso la croce di Gesù sua

madre, la sorella di sua madre, Maria

madre di Clèopa e Maria di Màgdala.

Gesù allora, vedendo la madre e accanto

a lei il discepolo che egli amava, disse

alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!».

Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!».

E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai

tutto era compiuto, affinché si compisse

la Scrittura, disse: «Ho sete».

Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero

perciò una spugna, imbevuta di aceto,

in cima a una canna e gliela accostarono

alla bocca.

Dopo aver preso l’aceto, Gesù

disse: «È compiuto!».

E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

Qui ci si genuflette e si fa una breve pausa.

E subito ne uscì sangue e acqua.

Era il giorno della Parascève e i Giudei,

perché i corpi non rimanessero sulla

croce durante il sabato-era infatti un

giorno solenne quel sabato-, chiesero

a Pilato che fossero spezzate loro le

gambe e fossero portati via.

Vennero dunque i soldati e spezzarono le

gambe all’uno e all’altro che erano stati

crocifissi insieme con lui.

Venuti però da Gesù, vedendo che era già

morto, non gli spezzarono le gambe, ma

uno dei soldati con una lancia gli colpì il

fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.

Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua

testimonianza è vera; egli sa che dice il

vero, perché anche voi crediate.

Questo infatti avvenne perché si

compisse la Scrittura: «Non gli sarà

spezzato alcun osso».

E un altro passo della Scrittura dice

ancora: «Volgeranno lo sguardo a

colui che hanno trafitto».

Presero il corpo di Gesù e lo

avvolsero con teli insieme ad aromi.

Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa,

che era discepolo di Gesù, ma di nascosto,

per timore dei Giudei, chiese a Pilato di

prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse.

Allora egli andò e prese il corpo di Gesù.

Vi andò anche Nicodèmo-quello che in

precedenza era andato da lui di notte-e

portò circa trenta chili di una mistura

di mirra e di áloe.

Essi presero allora il corpo di Gesù e lo

avvolsero con teli, insieme ad aromi,

come usano fare i Giudei per preparare

la sepoltura.

Ora, nel luogo dove era stato crocifisso,

vi era un giardino e nel giardino un

sepolcro nuovo, nel quale nessuno era

stato ancora posto.

Là dunque, poiché era il giorno della

Parascève dei Giudei e dato che il

sepolcro era vicino, posero Gesù.

Parola del Signore.

Riflessione personale sul Vangelo di oggi.

Sembra che non si sia trattato di un

processo, ma di un interrogatorio con

torbide finalità, perché Gesù è sempre

stato tenuto sott’occhio dal Sinedrio,

e processato in contumacia dopo la

risurrezione di Lazzaro.

Probabilmente il processo vero e proprio

avvenne in varie fasi, durante i due anni

di ministero pubblico di Gesù.

Per avere però l’esatta sequenza dei fatti

dobbiamo seguire Giovanni, molto

preciso, come sempre.

Giovanni pone la cacciata dei venditori

all’inizio del suo Vangelo, inserendo

subito la ragione della tensione con le

autorità del tempio.

Come quando, Gesù è accusato di una

guarigione in giorno di sabato e parla

davanti al Sinedrio.

Troviamo addirittura un tentativo di

lapidazione, quando Gesù viene

interrogato, durante la festa di sabato,

mentre predica al tempio, lasciando

intendere di essere il Messia.

La reazione è feroce perché Lui,

che è uomo, si fa Dio.

Insomma; la vita pubblica di Gesù è un

lungo processo, che sfocia nella

decisione formale di eliminarlo, dopo

la risurrezione di Lazzaro.

La situazione è chiara; il Sinedrio è

spaventato dalla notorietà di Gesù,

di cui conosce la predicazione nel tempio.

Teme che il fragile equilibrio creatosi

con i romani possa venire a mancare.

Forse Gesù è un agitatore sociale.

Il Sinedrio è oggettivamente preoccupato.

La componente sadducea, conservatrice,

mal sopporta le requisitorie del Nazareno,

che mette in discussione il sistema sacerdotale.

I farisei, che all’inizio simpatizzavano per

Lui, sono offesi dalle sue continue accuse

al loro sistema di purità.

Gli scribi e i dottori della legge, molti

dei quali farisei, non sopportano che

questo falegname faccia il Rabbì

senza autorizzazione.

Insomma; l’ora di Gesù è suonata,

adesso si fa sul serio.

La riflessione di Caifa è lucida e spietata;

se la protesta monta, Roma interverrà,

e sarà la fine della nazione.

È spietato, il sommo sacerdote, ma ha

ragione, dal suo discutibile e parziale

punto di vista.

Giovanni, qui, fa un commento da brividi,

come solo lui sa fare, il sommo sacerdote

dice il vero, anche se non lo sa.

Gesù morirà al posto del popolo, salvandolo.

Ma non come pensa Caifa, certo, il quale,

senza saperlo, profetizza, perché è

sommo sacerdote.

Insomma; anche se commette un’ingiustizia

e fa una cosa riprovevole e ingiusta, di fatto

asseconda il progetto di Dio, perché Dio non

lo abbandona, anche se è una brutta persona.

Capita anche nella Chiesa; a volte coloro

che hanno responsabilità, commettono

degli errori, ma Dio riesce a scrivere

diritto sulle loro righe storte, come con noi.

(Questo significa che, dobbiamo tracciare

delle linee a caso?

Ci vuole molto senso di responsabilità).

Gesù è giudicato colpevole in contumacia,

si tratta solo di arrestarlo e di interrogarlo.

Perciò il potente Anna e Caifa suo genero,

radunano una parte del Sinedrio nel

cuore della notte.

Si radunano, in tutta fretta, prima della

vigilia di pasqua.

Addirittura due volte, nel cuore della notte

e al mattino presto, in una sessione allargata.

Per fare cosa?

Per trovare un’accusa che permetta ai

romani di giustiziarlo.

Perché il Sinedrio non ha il diritto di

condannare a morte.

Ecco il paradosso; per liberarsi di Gesù,

il Sinedrio deve trovare un’accusa che

possa convincere gli odiati romani

a condannarlo a morte.

La riunione notturna ha questa finalità;

trovare un’accusa credibile.

Devono trovare un’accusa che screditi

Gesù agli occhi dei suoi discepoli.

Devono trovare un’accusa che convinca

i romani ad appenderlo.

Ai romani non importa che questo

falegname faccia il profeta, contesti la

legge orale, interpreti quella scritta,

ridicolizzi le manie dei farisei, parli in

nome di Dio, si prenda Egli stesso per Dio.

Sono problemi irrilevanti, dispute

incomprensibili, ai loro occhi.

No; bisogna trovare un’accusa che

costringa i romani a condannarlo.

Un’accusa di lesa maestà.

Eccoli di fronte, ora.

Caifa e Gesù, il potere e la profezia,

il diritto e l’amore, la rigidezza e la

misericordia, l’opportunismo e la verità.

Caifa è spietato, opportunista, ha una

sola finalità; conservare il potere che

ha ottenuto, costi quel che costi.

E purtroppo, lo fa anche se è un

sacerdote, il sommo sacerdote.

Trova delle valide ragioni per commettere

un crimine, ragioni sante, di difesa del popolo.

In fondo, però, ha una sola ragione, la sua.

Eccoli allora, al confronto.

Non è un processo, come abbiamo visto,

e neppure un vero interrogatorio.

È una farsa.

Gesù è condotto in casa di Caifa, o nella

sede del Sinedrio, su ordine di Pilato,

che voleva poter accedere alla riunione,

cosa impossibile per un romano,

pagano, all’interno del tempio.

Pietro lo segue da lontano.

Non è più discepolo, ha preso le

distanze, e fra poco, come vedremo,

giurerà di non conoscerlo.

Possiamo essere dei discepoli vicini.

O lontani.

Pensare che il Signore, alla fine, ci crei

imbarazzo, ci impedisca di essere,

di fiorire, di crescere.

E allontanarci, fino a non riconoscerlo più.

E aderire al Vangelo da liberi uditori,

senza coinvolgerci, per vedere

come va a finire.

Come accade oggi; siamo tutti cristiani

politicamente corretti, ma facciamo

i distinguo, e spesso ci vergogniamo

della nostra fede.

No. Solo se investiamo tutto possiamo

essere veramente discepoli, solo se ci

sporchiamo le mani, solo se ci mettiamo

in gioco possiamo convertire il nostro cuore.

Pietro entra liberamente nella casa del

sommo sacerdote, seguendo

l’evangelista Giovanni.

Come dicevo, questa è una delle prove

che Giovanni fa parte della classe

sacerdotale ai massimi livelli.

Un sacerdote del tempio discepolo

di Gesù, che bello.

Anche i preti possono diventare discepoli.

L’interrogatorio si rivela un fallimento;

i testimoni chiamati ad accusare Gesù,

non si sono neppure presi la briga di

accordarsi preventivamente,

tanto è tutto scontato, che disastro.

Finalmente qualcuno si è preparato; Gesù,

cacciando i venditori del tempio, ha

profetizzato la distruzione del tempio

e, la sua ricostruzione in tre giorni.

Profezia che non si è avverata.

Non ancora.

Gesù è accusato di essere un falso

profeta, un falsificatore.

Un’accusa precisa, terribile, che, da sola,

lo può portare comunque alla morte.

Questa è la punizione per chi fa finta

di essere un profeta.

Gesù stava parlando del tempio del suo

corpo, ma gli accusatori non sanno,

non capiscono, non possono capire

o non vogliono.

Quante volte le cose che diciamo

vengono male interpretate e, peggio,

ci vengono ritorte contro.

La ragione è semplice; il cuore di chi

ascolta non accoglie, è preventivo,

sa già cosa replicare.

Caifa ha già deciso cosa fare, deve trovare

un’accusa e qualunque affermazione di

Gesù va bene, se serve allo scopo.

È difficile imparare ad ascoltare gli altri.

Pieni di pregiudizi, corriamo il rischio

di non ascoltare, di non accogliere.

Gesù dovrebbe spiegarsi, difendersi! Tace!

Come può difendersi da chi lo ha

già condannato?

Tace Gesù!

Il silenzio è un’accusa, il suo

tacere è eloquente.

Gesù si è consegnato, ma non è un

fantoccio la sua dignità resta intatta,

non avvalora la farsa

che si consuma ai suoi danni.

Caifa tende la trappola. È astuto.

L’accusa di essere un falsificatore non è

sufficiente per i romani, a loro non importa.

Deve osare di più.

Chiede esplicitamente a Gesù

se Egli è il Messia.

Gesù, nel corso della sua predicazione,

ha evitato accuratamente di professarsi

Messia, perché la folla si aspettava un

Messia guerriero, muscoloso, giustiziere.

Lui, invece, vive il suo messianismo

come un servizio.

Ha evitato di professarsi Messia per

non suscitare attese inopportune e ambigue.

È il Messia, ma non come la gente vorrebbe.

Ora la trappola è tesa, brutalmente.

I romani non sanno molto del Messia.

Sanno che gli zeloti attendono il Messia

per scalzarli, per ristabilire la regalità

di Davide su Israele.

Per loro, insomma, il Messia è il

re dei giudei.

Se Gesù si professa Messia, Caifa potrà

condurlo da Pilato accusandolo di voler

essere il re dei giudei, di volersi

sostituire a Cristo.

Lesa maestà, crimine punito con

la crocifissione.

Gesù esita. Parla. Tu lo dici.

Sì Lui è il Messia. O forse no!

Dio non è mai evidente, a noi

spesso il giudizio.

Dio non si impone, Gesù resta velato,

a noi di scoprirlo.

Tu lo dici; (come se dicesse, tu hai paura

di me per questo mi riconosci il Messia).

Non sono io a professarmi Messia,

Caifa, tu puoi riconoscermi come tale.

Gesù aggiunge; vedrete il Figlio

dell’uomo sedere accanto al Padre.

Questa volta è troppo, e the credo,

Gesù, davvero, pensa di avere un

rapporto diretto e speciale con Dio.

È troppo anche per Caifa.

Il gesto di strapparsi le vesti è sincero,

è davvero fuori di sé per la rabbia.

Questo falegname si prende per Dio!

Non solo non riconosce il Sinedrio,

ma osa attribuirsi un titolo divino!

Caifa è senza parole.

Caifa non crede alle proprie orecchie,

Gesù si è proclamato Messia, lo potrà

far uccidere dai romani.

Ancora meglio.

Si prende per Dio; così anche i suoi

seguaci capiranno che è un pazzo,

un bestemmiatore.

Caifa cercava un’accusa, flebile

di falsificazione.

Gesù si accusa di un reato punibile

con la morte; bestemmia.

È fatta! Si scatenano i violenti.

Piovono schiaffi, pugni, insulti.

Davanti al debole si fanno forti e hanno

ragione, una santa ragione; è un

bestemmiatore, è pericoloso, giustificano

così, santamente, la loro ombra, la loro

parte oscura, tolgono i freni, lasciano

emergere la parte peggiore.

Non c’è nulla di peggio della violenza

che si scatena in nome di Dio.

È un fantoccio questo poveraccio!

Un povero pazzo che si prende per Dio!

Non fosse così pericoloso, lo si potrebbe

rimandare libero, povero matto!

Hanno ragione.

Gesù si prende per Dio.

È un povero pazzo. Oppure! Ecco Anna.

Anna vuole conoscere meglio la dottrina

di Gesù; se Caifa teme una sollevazione

popolare, Anna, più sottilmente, teme la

dottrina del Nazareno.

Ma Anna non parla, è Gesù che pone

due domande, senza ottenere risposta.

E che Gesù sia innocente, non è importante;

che sia veramente il Messia, è impossibile.

E poi, siamo sinceri, se venisse davvero

il Messia, ora che tutto è tornato a

funzionare, ora che il tempio è ricostruito

e la classe sacerdotale è tornata potente ed

efficace, non sarebbe un bel guaio per tutti?

Anna interroga Gesù sulla sua dottrina.

Gesù parla, replica, e la sua risposta è

una staffilata; Sai bene cosa ho predicato,

io ho sempre parlato apertamente, tu,

e quelli come te, non vogliono ascoltare.

Ha ragione, il Signore, ha perfettamente

ragione.

Ci sono persone che giudicano senza

ascoltare, che non sentono ragioni;

sono i detentori assoluti della verità;

sanno, non hanno bisogno di ascoltare.

Gesù non fornisce spiegazioni, non

spiega la sua dottrina; Anna la conosce

bene la sua dottrina, gliel’anno riferita

mille volte le spie cha ha inviato per

prendere informazioni su di Lui.

Gesù ha parlato apertamente; Dio vuole

rivelarsi, raccontarsi, vuole essere

accessibile, essere riconosciuto da tutti.

La nostra non è una fede occulta, riservata

a pochi eletti, una fede per gli iniziati.

Siamo chiamati a professare la nostra

dottrina apertamente, senza ambiguità;

salvo poi prendere del matto come

è successo a me. 

Ma non fa niente.

Dio è un Padre/Madre pieno di tenerezza

e compassione; che ci tratta da adulti,

e Gesù, suo Figlio, è venuto per

svelarne il volto.

Chi dimora nel suo amore, grazie

all’opera dello Spirito Santo, fa

autentica esperienza di Dio.

Ha parlato apertamente, scrive Giovanni,

con franchezza, è senza ambiguità,

quello che Gesù esercita annunciando

il Vangelo di Dio.

È lo stesso atteggiamento che noi, suoi

discepoli, siamo chiamati ad avere verso

noi stessi, con i fratelli e verso il mondo.

Con noi stessi, per avere consapevolezza

del nostro limite e dimorare nell’umiltà,

che è la concretezza feconda del nostro valore.

Con i fratelli cristiani, trovando un equilibrio

fra la correzione fraterna e il giudizio

mondano, mettendo sempre al centro la carità.

Con il mondo, senza avere paura di

testimoniare la nostra fede nel Signore

e di pagarne le conseguenze, se necessario;

non mettere i crocifissi nei cassetti per paura.

Se Anna vuole sapere la sua dottrina,

che chieda a coloro che hanno ascoltato

Gesù e sono diventati suoi discepoli.

Chieda a noi!

Gesù nel Vangelo, pone un legame

inscindibile fra la sua predicazione

e la predicazione della Chiesa; perché,

se vogliamo incontrare Gesù e le sue

Parole, siamo invitati a rivolgerci alla

fragile testimonianza dei suoi discepoli.

Questo mi mette in crisi.

Come ascoltatori, perché faremmo

volentieri a meno di ricevere l’annuncio

da persone così limitate e incoerenti

come sono i cristiani.

Come discepoli, perché sentiamo che il

tesoro della Parola è custodito in

fragilissimi vasi di creta.

Eppure così ha voluto il Maestro.

La risposta di Gesù è uno schiaffo

all’arroganza di Anna.

E, in risposta, Gesù riceve uno schiaffo in

pieno volto da una guardia troppo zelante.

Così il potere arrogante; davanti alla

verità che lo mette in discussione,

reagisce con prepotenza.

Gesù non porge l’altra guancia, chiede

spiegazioni; chiede al subalterno di non

essere uno schiavo dei suoi istinti, ma

di ragionare; perché, non sempre il

cristiano è chiamato a porgere l’altra

guancia, non quando questo gesto

verrebbe male interpretato.

Gesù reagisce, ha il controllo della

situazione, è l’unico a ragionare in un

frangente di follia e di ingiustizia.

Se siete discepoli, e se si vede che lo siete,

può succedere che qualcuno vi schiaffeggi

moralmente; per questo, non sempre

è bene tacere o non reagire.

Gesù ci insegna che, a volte, pur in un

atteggiamento di rispetto e di tolleranza,

siamo chiamati a esercitare un servizio

di verità a chi vive nelle tenebre,

a esercitare la franchezza, svelando la

menzogna in chi ci sta accanto.

Fine dell’interrogatorio che non c’è mai stato.

Ora Gesù può essere inviato da Caifa per

il processo farsa e, in seguito, da Pilato.

Ma in fretta.

Tutto deve concludersi prima del

pomeriggio! Presto!

Ha sempre fretta di condannare, il potere

politico, fretta di nascondere la verità,

fretta di nascondere la sua nullità.

A noi, ora, di urlare la verità al mondo

malato di potere malvagio; Gesù, il Cristo,

con questo gesto, ha sconfitto la malvagità

e ha fatto prevalere l’amore, amici, perciò,

ora è il tempo della contemplazione

e della preghiera, Fausto.            

Il Vangelo del Venerdì 3 Aprile 2026

  Venerdì Santo. La Passione di nostro Signore Gesù Cristo. Prima lettura. Egli è stato trafitto per le nostre colpe. Dal libro del ...