Siamo
quasi arrivati alla fine del periodo
Natalizio,
è quasi ora di mettere nelle
scatole
gli addobbi ed il presepe,
mi
preparo a farlo con un po di dispiacere.
Questa
notte molto fredda, dopo aver
aiutato
come ogni notte, mia moglie
ammalata
per i suoi bisogni, mi ritrovo
a
contemplare per l’ennesima volta il mio
presepe
e, visto che il sonno non arriva,
comincio
a chiedermi cosa è avvenuto
veramente,
più di duemila anni fa in
Palestina,
davanti a quella grotta o stalla
come la
vogliamo chiamare, davanti
a quella
mangiatoia, dove è coricato
il nostro
Signore Gesù, fattosi Bambino
bisognoso
di tutto che mi sorride.
Ed ancora
una volta, avvolto dal silenzio,
commosso,
medito sul Natale e con la
mente ed
il cuore faccio un viaggio,
un lungo
viaggio nel mio presepe.
Da
spettatore, visito i luoghi e interrogo
i
personaggi di quella Notte Santa.
Era buio
nella campagna, lontano dalla
città
distratta e il silenzio avvolgeva
la fredda
notte.
Ad un
tratto il buio è squarciato dalla
splendida
luce di una stella, il silenzio
interrotto
dal canto gioioso di
voci
angeliche.
Gloria nei cieli e pace sulla terra,
oggi è nato il salvatore,
l'Emanuele il Dio-con-noi.
Il canto
attira i pastori, e la stella
traccia
il camino.
Ed io,
spettatore silenzioso, mi incammino,
seguo i
personaggi, ascolto le voci.
Sono
curioso, voglio visitare quei luoghi,
voglio
capire, sapere da chi ha vissuto
quegli
attimi, cosa ha visto,
cosa ha
provato.
Desidero
interrogare tutti.
Tu
splendida stella cosa illumini?
Voi
Angeli cosa cantate?
Tu
pastore dove vai?, tu massaia,
dove
corri, cosa porti?, tu fanciullo
cosa fai?
e voi magi?
La
grotta, il bue e l’asinello.
E voi
Giuseppe e Maria?
La
mangiatoia e Gesù.
Vorrei
ascoltare tutti.
Da
ciascun personaggio ed elemento del
mio
presepe, sono certo, ho qualcosa da
imparare,
ho un messaggio da
ricevere
e custodire.
La luce
della stella mi traccia un cammino
sicuro e
chiaro, il canto degli angeli,
mi ridona
forza e speranza nel percorso
della mia
vita, anche se dolorosa.
Il
pastore, abituato a vivere lontano dal
chiasso
della città, nell’essenzialità di
una vita
fatta di stenti e sacrifici, mi dice
che solo
se mi faccio umile, semplice,
solo se
guardo all’essenziale, sarò
capace di
lasciarmi guidare dalla luce
della
stella, di udire il canto degli angeli
e
incamminarmi verso la grotta di Gesù.
La
massaia, che lavora nel silenzio
e
custodisce con cura e amore la sua
casa, mi
insegna ad aver cura delle
piccole
cose di ogni giorno, come dono
che viene
dall’alto e mi suggerisce anche
di avere
la capacità di condividere il
poco che
ho, per ricevere molto.
Il
fanciullo, abitualmente distratto dalle
mille
luci e voci della città, mi racconta
che
nonostante le tante proposte che il
mondo fa,
la vita è troppe volte, prova
e
sacrificio, lacrime e incertezze, e che
bisogna
essere capaci di non lasciarsi
attrarre
da luci e voci passeggere, da
piaceri e
poteri effimeri, ma che solo
se si
segue la luce e si accoglie il
messaggio
di Betlemme si troverà
pace e
gioia vera.
I magi mi
dicono che, il potere,
la
ricchezza e la scienza, di questo mondo,
possono e
devono essere messe sempre
a
disposizione del solo cammino che vale
la pena
percorrere, quello verso la
mangiatoia
di Betlemme.
Non una
reggia, non un palazzo,
ma una
grotta per il Re del Cielo.
Una
umile, povera fredda grotta, nella
quale il
nostro credere pone due
spettatori
silenziosi.
Il bue e
l’asino, convenzionalmente
senza
alcuna intelligenza, eppure sono
lì a
riscaldare la fredda notte di Natale,
essi mi
dicono che tutti proprio tutti,
possono e
devono fare qualcosa per Gesù.
Giuseppe
uomo giusto, che sei custode
e padre
di un Figlio non tuo, che con
il tuo si
ti svuoti di te, per riempirti di
Lui,
quanto eloquente è il tuo silenzio.
Maria,
vorrei tanto sapere da te quello
che
pensavi, il tuo volto riflette la
Sua Luce,
il tuo cuore è colmo di gioia,
il tuo
silenzio adorante, mi dice amore.
Il mio
percorso fatto di incontri, dialoghi
e
silenzio è giunto al termine, sono arrivato.
Davanti a
me la mangiatoia e il bimbo Gesù.
Non più
domande, non più parole,
solo
commozione e lacrime.
Il Figlio
di Dio, creatore del cielo e della
Terra; un
Bimbo, fragile, povero e indifeso.
Quanto
amore dal mio Dio.
Le mie
ginocchia si piegano, il mio
capo si
china, ti adoro o Dio.
Il mio
presepe, dal buio alla luce,
dal
silenzio al canto di gloria.
Il mio
presepe, dall’incertezza alla
certezza,
dal dolore alla gioia,
dall’inquietudine
alla pace.
Il mio
presepe mi dice, semplicità,
essenzialità,
ma soprattutto mi invita
ad avere
tanta fede.
Guardando
al presepe comprendo che
per
andare avanti nella vita; devo
fidarmi
di Gesù e affidarmi a Lui!
Per la
fine di questo periodo Natalizio,
invitando
a contemplare il presepe,
auguro a
tutti ‘di fidarsi e affidarsi a Gesù’.
Lui non
ci abbandonerà, Lui non ci deluderà!
Alla fine, pensando a quegli uomini di
Chiesa, che hanno detto che il presepe
e la mangiatoia sono solo una credenza
popolare dico: «Rileggetevi le scritture
e meditatele veramente con il cuore,
forse capirete, o almeno lo spero,
che il presepe e la mangiatoia sono
e saranno sempre la nostra storia
di veri cristiani»!
Ecco amici, cosa mi ha detto il mio
presepe, un abbraccio a tutti, ma in
particolar modo penso a quei genitori,
che in una notte fredda, che doveva
essere una notte di festa, hanno perso
i loro figli per l’avidità di loschi
personaggi, che solo la fede vi può
confortare da tanto dolore,
con una preghiera, Fausto.

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