sabato 6 settembre 2025

Il Vangelo di Domenica 7 Settembre 2025

 

Della 23° Domenica del Tempo Ordinario.

Santa Regina di Alise, vergine e martire.

Prima Lettura.

Chi può immaginare che

cosa vuole il Signore?

Dal libro della Sapienza (9,13-18)

Quale uomo può conoscere il volere di Dio?

Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?

I ragionamenti dei mortali sono timidi

e incerte le nostre riflessioni,

perché un corpo corruttibile appesantisce

l’anima e la tenda d’argilla opprime

una mente piena di preoccupazioni.

A stento immaginiamo le cose della

terra, scopriamo con fatica quelle

a portata di mano; ma chi ha

investigato le cose del cielo?

Chi avrebbe conosciuto il tuo volere,

se tu non gli avessi dato la sapienza

e dall’alto non gli avessi inviato

il tuo santo spirito?

Così vennero raddrizzati i sentieri

di chi è sulla terra;

gli uomini furono istruiti in ciò

che ti è gradito e furono salvati

per mezzo della sapienza».

Parola di Dio.

 

Salmo Responsoriale dal Sal 89 (90)

Ripetiamo. Signore, sei stato per noi un

rifugio di generazione in generazione.

 

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,

quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».

Mille anni, ai tuoi occhi,

sono come il giorno di ieri che è passato,

come un turno di veglia nella notte. R.

 

Tu li sommergi: sono come un sogno

al mattino, come l’erba che germoglia;

al mattino fiorisce e germoglia,

alla sera è falciata e secca. R.

 

Insegnaci a contare i nostri giorni

e acquisteremo un cuore saggio.

Ritorna, Signore: fino a quando?

Abbi pietà dei tuoi servi! R.

 

Saziaci al mattino con il tuo amore:

esulteremo e gioiremo per tutti

i nostri giorni.

Sia su di noi la dolcezza del Signore,

nostro Dio: rendi salda per noi l’opera

delle nostre mani, l’opera delle nostre

mani rendi salda. R.

 

Seconda Lettura

Accoglilo non più come schiavo,

ma come fratello carissimo.

Dalla lettera di san Paolo

apostolo a Filèmone (9b-10.12-17)

Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così

come sono, vecchio, e ora anche

prigioniero di Cristo Gesù.

Ti prego per Onèsimo, figlio mio,

che ho generato nelle catene.

Te lo rimando, lui che mi sta

tanto a cuore.

Avrei voluto tenerlo con me perché

mi assistesse al posto tuo, ora che

sono in catene per il Vangelo.

Ma non ho voluto fare nulla senza il

tuo parere, perché il bene che fai non

sia forzato, ma volontario.

Per questo forse è stato separato da te

per un momento: perché tu lo riavessi

per sempre; non più però come schiavo,

ma molto più che schiavo, come fratello

carissimo, in primo luogo per me, ma

ancora più per te, sia come uomo sia

come fratello nel Signore.

Se dunque tu mi consideri amico,

accoglilo come me stesso.

Parola di Dio.

 

Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

 

Fà risplendere il tuo volto sul tuo servo e

insegnami i tuoi decreti. (Sal 118 (119),135)

 

Alleluia, alleluia.

 

Vangelo

Chi non rinuncia a tutti i suoi averi,

non può essere mio discepolo.

Dal Vangelo secondo

Luca (14,25-33) anno C.

In quel tempo, una folla numerosa

andava con Gesù.

Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene

a me e non mi ama più di quanto ami

suo padre, la madre, la moglie, i figli,

i fratelli, le sorelle e perfino la propria

vita, non può essere mio discepolo.

Colui che non porta la propria croce

e non viene dietro a me, non può

essere mio discepolo.

Chi di voi, volendo costruire una torre,

non siede prima a calcolare la spesa e a

vedere se ha i mezzi per portarla a termine?

Per evitare che, se getta le fondamenta

e non è in grado di finire il lavoro, tutti

coloro che vedono comincino a deriderlo,

dicendo: “Costui ha iniziato a costruire,

ma non è stato capace di finire il lavoro”.

Oppure quale re, partendo in guerra contro

un altro re, non siede prima a esaminare

se può affrontare con diecimila uomini

chi gli viene incontro con ventimila?

Se no, mentre l’altro è ancora lontano,

gli manda dei messaggeri per chiedere pace.

Così chiunque di voi non rinuncia a

tutti i suoi averi, non può essere

mio discepolo».

Parola del Signore.

Riflessione personale sul Vangelo di oggi.

Una telefonata da Laura (nome di fantasia),

è in crisi, mi sta raccontando la sua vita,

piange sommessamente.

Una vita come molte, la sua, fatta di

cose belle e di cose brutte, di scelte

giuste e di scelte sbagliate.

Un matrimonio finito dopo un anno

a causa sua, un desiderio di maternità

mai esaudito, una vita fatta di

appartamenti in affitto e attenzione alle

spese per arrivare alla fine del mese,

quarant’anni vissuti con fatica.

L’ascolto con attenzione,

so che me lo chiederà.

Alla fine lo chiede, forse a sè stessa:

«Vivo da eremita, per paura di sbagliare.

Mi chiedo cosa sia valsa la pena di

vivere, cosa ho fatto in tutti questi anni»

Vorrei darle delle belle risposte

confezionate, piene di certezze.

Vorrei consolarla, dirle che vale,

che ha ancora molti anni davanti a sé.

Ma sento stridore nel dirlo, mi sentirei

un venditore ambulante.

Forse davvero la sua vita è bruciata,

forse davvero resterà sola con le sue

paure e le sue fragilità.

Da cosa si misura il successo di una vita?

Mi appoggio alla Scrittura, forse è

meglio; prima di risentirla ho meditato

le letture di Domenica prossima, quelle

che avete appena letto.

La Parola è molto meno devota di noi.

L’autore del libro della Sapienza scrive

una riflessione che non stonerebbe (anzi!)

come editoriale in uno dei nostri

autorevoli quotidiani nazionali.

L’autore scopre che: “I ragionamenti dei

mortali sono timidi e incerte le nostre

riflessioni; chi può rintracciare le cose

del cielo?”, scopre che, nonostante tutto,

non abbiamo in noi la risposta di senso.

Il nostro mondo, che ha fatto progressi

incredibili nella scienza e nella

conoscenza, stenta a crescere nella

sapienza, non riesce a dare risposte

alle domande di senso degli uomini.

Il nostro è un mondo tecnologico,

organizzato, che anela a varcare gli

spazi siderali, che conosce gran parte

dei segreti dell’energia, che riesce a

migliorare continuamente il benessere

degli abitanti del pianeta (almeno

quelli dell’emisfero Nord), ma che non

riesce a dare risposta al ragazzo che si

rifugia nella droga, non riesce a

contenere l’odio che si scatena nella

guerra, non scavalca l’indifferenza

e la solitudine che rinchiudono in

gabbie di cemento le famiglie.

L’autore della Sapienza si dà una risposta;

l’unica cosa essenziale è cercare la

sapienza, entrare dentro, andare oltre

l’apparenza, riscoprire le profondità

dell’essere, là dove dimora Dio.

La sapienza che non è cultura o

intelligenza, ma assaporare la realtà,

scoprire, come ci dirà Gesù, che siamo

creati per amare e, amando,

cambiare il mondo.

Abbiamo bisogno del dono della Sapienza

per sollevare il nostro sguardo in alto.

Per dove?

Dove si trova la felicità?

Gesù ha una risposta bruciante

inebriante; io solo-dice-posso

colmare ogni desiderio.

E Gesù incalza e ci sfida; egli pretende

di essere più di ogni affetto, più della

gioia più grande (l’amore, la paternità,

la maternità) che un uomo possa sperimentare.

(Non lasciatevi spaventare da quel “Chi

non odia”, la lingua ebraica ha una

curiosa costruzione linguistica per cui,

per dire che una ragazza è un vero

schianto, si dice che non è brutta.

“Chi non odia” equivale, quindi,

a dire: “Io posso essere amato più

di ogni altra cosa”).

Che presuntuoso questo Gesù!

Davvero può donare una gioia più grande

della più grande gioia che riusciamo

a sperimentare? Può.

Fratelli e sorelle come noi, non esaltati,

non “strani”, non diversi, hanno scoperto

questa cosa, ci testimoniano che sì,

il Signore è la pienezza della vita.

Facciamoci bene i conti in tasca, allora,

cercatori di Dio, calcoliamo attentamente

su cosa stiamo investendo, cosa ci stimola

e ci inquieta, ci distrae e ci smuove.

La proposta del Signore è sconcertante

e affascinante e se, dopo più di duemila

anni, milioni di persone oggi la

ascolteranno, significa che forse è vero;

solo Dio può colmare la nostra inquietudine,

Lui solo riempire il desiderio di infinito

che abita in ciascuno di noi.

Così facendo la nostra vita, da ora,

cambia di prospettiva.

Mettere la ricerca del tutto, la ricerca

di Dio al centro della nostra vita,

ci fa divenire persone nuove.

Ne sa qualcosa Filemone, simpatico

cristiano delle origini, cui Paolo indirizza

un biglietto di accompagnamento

rimandandogli uno schiavo che si era

rifugiato presso l’apostolo.

Paolo invita Filemone ad uscire dalla

logica di questo mondo, padrone-schiavo,

per entrare nella logica del Regno,

fratello-fratello.

Paolo non lo sa, ma in questo piccolo

biglietto pianta il seme che diventerà

l’albero dell’abolizione della schiavitù.

Il Cristo che mantiene ciò che promette,

ci conceda, veramente, di avere il

coraggio di lasciare le nostre piccole

certezze per affrontare con decisione

l’avventura della sua sequela.

Buona Domenica, Fausto.

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